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Stefano Amerighi, altro che scommessa…

6 nov 2011 | Nessun Commento

Stefano Amerighi, altro che scommessa

Il miglior Syrah italiano, the “next big thing” della viticoltura nazionale, il nome sul quale scommettere per il futuro: le iperboli si sprecano, quando ci sono di mezzo Stefano Amerighi da Cortona e il suo vino. Tanto che qualcuno prima di conoscerlo storce il naso, pensando a un produttore mainstream – intellettualoide e radical chic, magari – e a un vino piacione, ruffiano e votato al compromesso, internazionale nel senso più deleterio del termine. Invece poi ti imbatti in questo ragazzo autentico e scopri un contadino al quale piace riflettere e mettersi in gioco, ma senza spocchia né arroganza: uno capace di sottoporre pensieri, parole, opere e opinioni alla verifica del dubbio, cosciente del fatto che molto del consenso emerso attorno al suo lavoro è superficiale e rischia di sfaldarsi al primo passo falso, alla prima annata storta. Stefano sa bene che il suo nome circola a grande velocità e che il suo Syrah alle volte piace alla gente che piace, ma questo non sposta il suo punto di vista sull’approccio al territorio (biodinamica su terreni vocatissimi) né sul ruolo del viticoltore, il quale secondo il suo punto di vista è un agricoltore privilegiato che dovrebbe farsi carico di determinate responsabilità per via della forza mediatica del vino. Venite a trovarlo a Levizzano: lo sentirete spiegarvi della nuova divisione in classi sociali che passa dalla tavola – ai meno abbienti i prodotti low cost di fattura industriale, agli altri l’eccellenza e la genuinità – mentre assaggerete un Syrah che potrà entusiasmarvi o meno ma che rappresenta la negazione dei paradigmi riguardanti l’impossibilità per un vitigno “internazionale” di essere altro che un fattore omologante o migliorativo. Un vino per “niente facile e poco allineato” che cambia molto a seconda delle annate, un po’ perché è giusto così un po’ perché si tratta di un prodotto in divenire, come il percorso del suo autore. Il 2008, in degustazione a Terre di vite, è compatto e profondo ma tutt’altro che monocorde, forse ancora alla ricerca di un equilibrio ma forte di una freschezza che ce lo farà aspettare con la fiducia che si deve ai vini – e questo è un caso esemplare in tal senso – dotati di personalità e fascino. Non ci scommettete, su questo ragazzo: venite a trovarlo e ad ascoltarlo.

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